La dittatura della trasparenza
Viviamo in una società della trasparenza. Abbondano le trasmissioni televisive in cui ci si racconta fin nella sfera più intima. E' scomparso il senso del pudore. Il non avere più nulla da nascondere sembrerebbe sinonimo di libertà. Sembrerebbe una liberazione da antichi pregiudizi borghesi e da vecchie ipocrisie. In effetti si è di fronte ad una falsa liberazione, ad una falsa libertà. Noi viviamo il nostro essere individui circoscrivendo alcune nostre sfere: è svelandoci, ma non per intero, che che conquistiamo la nostra autonomia, il nostro essere noi stessi, nella nostra originalità, difendendo ciò che di più intimo ci caratterizza. Una società in cui tutto è svelato in effetti non fa che omologarci, renderci tutti uguali. E' una società conformista, una società che ci rende oggetti, morti viventi., vegetali pronti ad assorbire le sollecitazioni del mercato. Quanto sia pericolosa la dittatura della trasparenza lo ha beln analizzato Monique Selz nel libro Il pudore, Un luogo di libertà , ed. Einaudi. Contro la falsa libertà della trasparenza ci mette in guardia anche Umberto Galimberti ne La Repubblica delle donne di questa settimana e nel libro Le cose dell'amore, ed. Feltrinelli. "Quando le istanze del conformismo e dell'omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto"...allora -dice il professore dell'Università di Venezia, riprendendo l'espressione di Heidegger- "il terribile è già accaduto".
Estote Parati!
E così anche quest'anno sta iniziando di nuovo la scuola. Ove prima, ove poi, gli alunni stanno tornando sui banchi e gli insegnanti sulle cattedre. Ehhh...sì. Perché, in barba alle teorie pedagogiche, ormai secolari, che vorrebbero porre al centro del rapporto educativo il discente, ancora oggi cattedre e programmi nella scuola sono pesanti macigni che, uniti alla fatiscenza delle strutture e all'esiguità delle risorse , incombono sulle spalle di quella fetta di umanità particolare che frequenta la scuola stessa. "La qualità della scuola è la qualità delle persone" dice un certo Giovanni Lizio in una lettera apparsa su "Nuova secondaria" del 15 settembre 2005. Il professore napoletano critica sia la riforma Berlinguer, sia la riforma Moratti, accusandole di essere partite dalla scatola piuttosto che dal contenuto. Da qui una facile previsione: le tre "i", Inglese, Impresa, Informatica diventeranno Ignoranza, Intolleranza, Impoverimento, se non si troverà il modo per valorizzare le risorse umane. Gli insegnanti sono frustati, umiliati, offesi da una condizione che non li valorizza. Ecco allora l'emergere dei peggiori, di quelli che riescono a conquistare un minimo di potere e si sentono subito colonelli, mentre per tutta la vita non sono stati che "la macchietta di un caporale". Ecco l'emergere dei pochi avidi che si si adoperano per far proliferare i loro introiti, facendo progetti, per lo più copiati da Internet nel totale misconoscimento delle migliori risorse umane da parte chi certe risorse dovrebbe gestirle e con la connivenza di tutti. Non è migliore la condizione degli alunni in una scuola che stritola i ragazzi, li umilia, li soffoca con "recuperi, progetti, moduli, voti..." Servirebbe rileggere il catechismo dice Lizio. Già. Magari basterebbe un'etica qualsiasi, religiosa o no...Ma come implorare un'etica in una società, la nostra, in cui i giovani che crescono a nutella e televisione, ricevono il messaggio che la felicità è fare la velina? Come in un primo mondo opulento ed individualista la scuola può sperare di lasciare un segno? Come una struttura vecchia e fatiscente sotto tutti i punti di vista può in-signare, segnare dentro?
Continuo a sperare che forse può farlo malgrado tutto, mentre reputo l'analisi di Lizio perfetta: la vera e propria fotografia della scuola italiana.....